• 30 MAR 19
    • 0
    Prostata, tutti gli esami per la prevenzione

    Prostata, tutti gli esami per la prevenzione

    Dal «famoso» Psa fino alla biopsia, ecco quali sono gli accertamenti da eseguire per indagare la presenza di infiammazioni alla prostata e del più diffuso tipo di cancro nei maschi italiani (nel 2018 sono state 35.300 le nuove diagnosi) che, se identificato in fase iniziale, consente di guarire in oltre il 90% dei casi. Da tempo gli specialisti cercano le strategie più efficaci per individuare un carcinoma prostatico, distinguendo quelli aggressivi da quelli meno pericolosi.

    I sintomi da non ignorare

    Pur non esistendo sintomi caratteristici del carcinoma della prostata all’esordio, non bisogna ignorare la comparsa di vari problemi urinari, quali: difficoltà a iniziare la minzione, flusso urinario debole, necessità di “spingere” durante la minzione, incompleto svuotamento della vescica, elevata frequenza delle minzioni, urgenza di svuotare la vescica e presenza di minzioni notturne. Sono sintomi che si accompagnano all’ipertrofia prostatica benigna, molto comune nei maschi dopo i 50 anni e che quindi non devono allarmare, ma che non devono nemmeno essere sottovalutati e ignorati. Basta parlarne con il medico di famiglia che valuterà se è necessaria la visita con lo specialista urologo facendola precedere da eventuali esami. Questa semplice attenzione potrà essere la prevenzione migliore del carcinoma prostatico consentendo una diagnosi precoce e tempestiva.

    La visita: chi è più a rischio

    L’iter diagnostico dovrebbe cominciare dal medico di medicina generale, che effettua una visita e raccoglie informazioni sulla storia familiare e sulle condizioni generali. Dopo la visita, se lo ritiene opportuno, può suggerire di consultare l’urologo per una più approfondita valutazione ed eventuale esecuzione di ulteriori esami. È sempre bene parlare con il medico di famiglia o con l’urologo che possono valutare meglio cosa è bene fare, specie in chi è più a rischio di cancro alla prostata: ovvero gli uomini che hanno parenti di primo grado (padre e fratelli) con la malattia (soprattutto se manifestata in età inferiore ai 55 anni), oppure quelli che hanno familiari con un tumore ereditario della mammella e/o dell’ovaio (per via dei geni BRCA).

    Il test del Psa

    Il test del PSA è di semplice esecuzione perché avviene tramite un normale prelievo di sangue (che misura l’antigene prostatico specifico). È consigliato dai 50 anni, ma gli uomini che hanno familiarità dovrebbero iniziare tra i 40 e i 45 anni. Ad un paziente con sintomi prostatici l’urologo può proporre di eseguire il Psa. Valori elevati di Psa non significano obbligatoriamente tumore, indicano piuttosto che qualcosa non va a livello prostatico: può trattarsi di un’infiammazione (prostatite) o di aumento del volume della ghiandola (ipertrofia), ma possono essere chiamati in causa anche fattori fisiologici come un rapporto sessuale precedente al prelievo. Esistono a tal proposito delle regole da rispettare per un prelievo corretto che il medico spiegherà nel dettaglio. In caso di ripetizione dell’esame è corretto eseguirlo nello stesso laboratorio per le differenze che possono esistere tra laboratori e che porterebbero ad allarmismi ingiustificati.

    Gli altri test se il Psa è alterato

    Il test del Psa, pur essendo un indizio (e non una prova) di tumore, non è però in grado di distinguere tra tumori aggressivi e quelli definiti indolenti: per questo è importante che gli uomini siano informati correttamente sui possibili pro e contro. L’utilizzo del Psa può causare un eccesso di diagnosi, con conseguenti biopsie e terapie inappropriate. Per cercare di individuare coloro che realmente dovrebbero fare la biopsia sono stati e ancora vengono proposti dei test aggiuntivi come la valutazione del rapporto Psa libero/totale, la Psa density e/o velocity, il proPSA e l’indice PHI (il cosiddetto indice di salute prostatica che si effettua con un prelievo di sangue) o marcatori come PCA3 (un esame che si esegue sulle urine), che in realtà non sempre si sono dimostrati efficaci per selezionare i candidati alla biopsia.

    L’esplorazione rettale

    È l’esame che suscita da sempre le «antipatie» degli uomini e reazioni di pudore, perché l’urologo, dopo aver indossato un guanto lubrificato, inserisce un dito attraverso l’ano per palpare la prostata, valutandone le dimensioni e la consistenza, e riscontrare l’eventuale presenza di noduli sospetti. Può essere fastidioso, ma in generale non è doloroso. Se il valore del PSA e l’esplorazione rettale danno luogo a un sospetto di neoplasia prostatica, si consiglia di effettuare una biopsia della prostata. È in grande evoluzione, però, l’uso della risonanza magnetica multiparametrica che diverrà a breve l’esame elettivo da affiancare al Psa, perché è in grado di descrivere gli aspetti anatomici e funzionali delle patologie prostatiche.

    La risonanza magnetica multiparametrica della prostata

    È una particolare tipologia di risonanza magnetica, che sta modificando lo standard diagnostico del carcinoma prostatico. Prevede l’acquisizione di parametri multipli: evidenzia la morfologia della ghiandola prostatica e delle strutture circostanti e al contempo rileva aree con caratteristiche particolari, diverse nel tessuto sano e in quello tumorale, consentendo di identificare uno score denominato PIRADS che va da 1 a 5: le forme con PIRADS 3-5 meritano di essere biopsiate, quelle 1 e 2 invece no. Dopo la visita con esplorazione rettale e in presenza di un Psa sospetto, bisognerebbe eseguire una risonanza multiparametrica prima di fare una biopsia, che è più invasiva e complicata.

    La biopsia

    Si esegue normalmente durante l’ecografia in anestesia locale. In pratica, con la biopsia si prelevano alcuni campioni di cellule dalla prostata che sono poi inviati al laboratorio di anatomia patologica per l’esame istologico al microscopio. Ma per come è fatta la ghiandola prostatica e per il tipo di tumore, la biopsia potrebbe dare un esito negativo anche quando in realtà il tumore è presente. È per questo motivo che a volte si chiede di ripeterla a distanza di mesi e che si continuano a cercare nuovi e più accurati sistemi diagnostici. L’avvento della risonanza magnetica multiparametrica sta modificando anche il modo di eseguire la biopsia in quanto, identificando delle zone sospette, consente di orientare le biopsie su queste aree riducendo il numero di prelievi e garantendo livelli elevati di accuratezza.

    Fonte: corriere.it

    Leave a reply →