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    Ipertrofia prostatica benigna: il nemico è l’infiammazione

    Ipertrofia prostatica benigna: il nemico è l’infiammazione

    Per una prostata in salute, la prevenzione passa innanzitutto dall’infiammazione: meno se ne registra, meglio vivono gli uomini. L’ipertrofia prostatica benigna scaturisce infatti dalla persistenza di uno stato di allerta cronico dell’organismo, alla cui origine possono contribuire diversi fattori: un’infezione batterica o virale, alterazioni ormonali o di origine autoimmune, la sindrome metabolica o il fisiologico processo di invecchiamento (tant’è che i tassi risultano crescenti dopo i cinquant’anni). Un legame dimostrato già dieci anni fa, grazie a uno studio pubblicato sulla rivista European Urology, che evidenziò l’associazione tra disturbi urinari, ipertrofia prostatica e infiammazione cronica. Fra i disturbi cronici, l’ipertrofia è secondo per diffusione soltanto all’ipertensione e intervenire in tempo può prevenire condizioni peggiori.

    Infiammazione prostatica benigna: i sintomi

    ipertrofia-prostatica-infiammazioneMa come può essere diagnosticata la presenza di un’infiammazione cronica della prostata? Il primo indicatore è il peggioramento dei sintomi, in particolare di quelli legati al riempimento della vescica: il paziente durante la notte avverte spesso il desiderio di urinare, costringendolo a frequenti risvegli (nicturia). Anche durante la giornata si deve urinare molte volte (frequenza) e tale necessità è spesso avvertita come bisogno farlo in modo precipitoso (urgenza): tanto da limitare a lungo andare le sue frequentazioni solamente a luoghi che abbiano la disponibilità di un bagno. Un segno obiettivo dell’infiammazione prostatica cronica è la presenza di calcificazioni a livello prostatico, rilevabili attraverso un’ecografia.

    Ipertrofia prostatica benigna: le cure

    I farmaci d’elezione per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna, che in Italia affligge almeno sei milioni di uomini, appartengono a due categorie: quelli che agiscono contro i sintomi e quelli che intervengono a livello della sintesi del testosterone, rallentando la progressione della malattia, talvolta usati anche in abbinamento. «Il problema è che nessuno di questi farmaci ha un’azione antinfiammatoria – sostiene Giuseppe Carrieri, direttore del dipartimento di assistenza integrata nefro-urologica degli ospedali Riuniti di Foggia.

    Curare l’infiammazione

    Oggi sappiamo che il volume prostatico e le alterazioni ormonali non possono essere gli unici obiettivi terapeutici, ma bisogna tener conto anche dell’infiammazione per migliorare la qualità di vita del paziente». Il cui sviluppo «è un fenomeno che comincia molto prima, rispetto al rilevamento della malattia – per dirla con Vincenzo Mirone, ordinario all’Università Federico II di Napoli e segretario generale della Società Italiana di Urologia -. Per questo intervenire sull’infiammazione permette di avere un approccio precoce all’ipertrofia prostatica benigna, in un momento in cui la terapia medica può agire con maggiore efficacia».

    Diminuiscono gli interventi

    L’ampliamento del ventaglio farmacologico, con le nuove molecole tuttora in fase di ricerca e sperimentazione,  contribuirà a ridurre ulteriormente il ricorso alla chirurgia, «che comunque è già calato in maniera significativa negli ultimi dieci anni ed è destinata soltanto ai casi più gravi: ovvero quelli che mostrano un getto urinario quasi bloccato e un grosso rischio di ritenzione urinaria», afferma Roberto Carone, direttore del reparto di neurourologia dell’azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute di Torino. Nei pazienti con ipertrofia prostatica benigna un passaggio con la terapia medica è sempre consigliato. Se inefficace, conviene guardare oltre.

    La prevenzione in un check-up

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    Fonte: fondazioneveronesi.it

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