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    Il dottore? Speriamo che sia femmina

    Il dottore? Speriamo che sia femmina

    Se non vi sentite bene, sperate che il dottore sia femmina. Perché ci sono le prove che uomini e donne praticano la medicina in maniera diversa. Francamente ha dell’incredibile: la medicina scientifica, basata sulle prove e sui protocolli, ci dà fiducia proprio perché si fonda su basi inoppugnabili e non soggette a interpretazioni. Cosa c’entra ora il genere del curante? Sembra una fantasia ben poco scientifica.

    Uno studio scientifico su protocolli e terapie

    E invece no. Perché a certificare quanto sono brave le dottoresse arrivano le vicende cliniche di oltre un milione e mezzo di ultrasessantacinquenni esaminate dai ricercatori della Harvard University, e pubblicate su Jama Internal Medicine.
    Lo studio, ovviamente, non vuole sminuire la professionalità e la bravura dei colleghi uomini, ma sottolineare che a volte non bastano i protocolli, le terapie basate su prove di efficacia, le linee guida rigorose. Serve che i dottori mettano il malato al centro del loro ragionare, che lo stiano ad ascoltare, che comprendano le sue difficoltà e cerchino di risolverle, anche quando non sono strettamente mediche. E in questo le donne sono generalmente più portate.

    L’importanza del dottore che ascolta i pazienti

    Le donne sono di solito più attente ad ascoltare i malati, stabiliscono un rapporto migliore, si fanno raccontare i sintomi di oggi e di ieri. E finiscono col farsi un quadro clinico più completo. Ascoltare i malati, infatti, fornisce più dati ai medici e uno schema terapeutico si disegna anche con le informazioni cliniche che solo la persona può raccontare. La questione è molto semplice: solo il paziente può dire come si sente, come stava e cosa ha fatto. Mettendo queste informazioni insieme ai risultati delle analisi e ai diktat dei protocolli terapeutici si può impostare un trattamento più efficace.

    Serve più tempo per il rapporto fra dottore e paziente

    La realtà, invece, è fatta di relazioni affrettate, frasi spezzate, spiegazioni abborracciate. Ed è fatta di regole rigide e purtroppo necessarie, per poter gestire tutti i pazienti. 12 minuti per una prima visita, in oncologia ad esempio, è la realtà in molti ospedali. Il lavoro di Harvard indica che al successo delle dottoresse contribuisce la capacità di coniugare la medicina con l’attenzione alle condizioni di vita dei loro assistiti. Di guardare fuori dall’ospedale o dallo studio medico, là dove le persone vivono e dove avrà necessariamente luogo la gran parte dei gesti e dei comportamenti che determineranno se guariscono o no.

    Se una persona vive sola, se abita in una zona isolata o in città, se mangia decentemente, se ha accesso a terapie di supporto (dal fisioterapista al sessuologo): l’esito dello schema terapeutico che gli verrà prescritto dipende largamente da tutto ciò. Anche queste sono informazioni necessarie per decidere che cura prescrivere, e per costruire un percorso che porti alla guarigione. E sembra che le donne ci stiano più attente.

    La prevenzione per le donne

    In base alla nostra esperienza anche le nostre pazienti ci chiedono di interagire con una dottoressa quando si tratta di fare la la mammografia. Non è certo di una questione di professionalità del medico, ma semplicemente di sentirsi a proprio agio durante un esame che, anche se effettuato di routine per lo screening del tumore al seno, può spesso generare ansia. Per questo, lo staff in rosa della sala di mammografia è sempre pronto, con esperienza e complicità femminile, a tranquillizzare le pazienti durante gli esami di diagnosi precoce. Emicenter sostiene le donne con programmi di salute e prevenzione studiati per rispondere a tutte le esigenze e ti aiuterà a elaborare un percorso diagnostico personalizzato alla tariffa più conveniente.

    Fonte: repubblica.it

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