• 10 MAR 17
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    Going flat: senza protesi dopo la mastectomia

    Going flat: senza protesi dopo la mastectomia

    Going flat è il movimento nato negli Stati Uniti composto da donne che non hanno voluto la protesi dopo l’intervento di mastectomia radicale, vale a dire, di asportazione del seno. Le ragioni? Molte, come raccontano loro stesse. Di sicuro, il rifiuto di altri interventi chirurgici necessari per la ricostruzione. Chi non attraversa il dramma del cancro al seno, infatti, non può rendersi conto della sofferenza necessaria prima di arrivare all’inserimento delle protesi: interventi, alto rischio di infezioni, drenaggi. Mesi (a volte anni) di visite e controlli prima di avere un nuovo seno.

    La decisione di queste pazienti potrebbe diventare quella di molte altre, anche in Italia. Da noi è scontato che dopo un tumore al seno si passi attraverso la ricostruzione. Ma quante donne sono davvero a conoscenza di ciò che comporta questa serie di interventi e cosa avviene dopo un’operazione come la mastectomia?

    Si può scegliere di non mettere le protesi?

    La possibilità di non mettere le protesi esiste ed è contemplata dai medici, anche se poco consigliata. «La mastectomia senza ricostruzione è fattibile», dice Alberta Ferrari, chirurga senologa al Policlinico San Matteo di Pavia. «E’ una scelta inconsueta, certo, che però i medici hanno il dovere di accettare senza stigmatizzazione. L’importante è sempre la serenità della donna». A conti fatti, però, le pazienti raccontano che i medici in genere “pilotano” la scelta sulla protesi. E che le donne stesse, se avessero saputo le controindicazioni del post mastectomia, e se potessero tornare indietro, rivedrebbero la loro decisione. Lo raccontano nelle sale d’aspetto degli oncologi e sui blog online.

    Perché il movimento Going flat nasce in America?

    going-flat-mastectomiaAlcune delle fondatrici del movimento americano sottolineano che talvolta è una scelta dettata da questioni economiche. Negli Stati Uniti l’assistenza sanitaria è coperta dalle assicurazioni, diverse a seconda della persona: chi paga di più, ha sicuramente un trattamento di qualità maggiore. Quindi, non tutte le donne possono permettersi la ricostruzione. Da noi la situazione è per fortuna diversa e la protesi mammaria in caso di mastectomia radicale per tumore, è “passata” dal Servizio Sanitario Nazionale. «Il nostro obiettivo resta comunque quello di garantire la migliore ricostruzione possibile», conclude l’oncologa. «Pertanto, alla donna spieghiamo i pro e i contro delle varie opzioni, per permetterle di fare la scelta in tranquillità».

    Perché i medici italiani consigliano le protesi?

    Optare o meno per la protesi è una decisione che dipende anche dal tipo di seno e dal rapporto con la propria femminilità. «L’assenza di una delle due mammelle, se la taglia è importante, provoca sbilanciamenti nella postura e dolori di schiena e alle spalle», spiega Adriana Bonifacino, Responsabile dell’Unità di Senologia, Policlinico Universitario S. Andrea di Roma. «A questo si può aggiungere l’impatto psicologico dato dalla mastectomia e il rischio di depressione. Proprio per arginare il trauma da mastectomia, si cerca di far uscire le pazienti dalla sala operatoria già con l’espansore leggermente gonfio».

    Cosa succede subito dopo la mastectomia e prima dell’inserimento della protesi?

    A fine intervento viene inserito l’espansore, una sorte di protesi provvisoria in silicone collocata sotto il muscolo pettorale. La paziente tiene due tubicini per il drenaggio per qualche settimana e poi i medici a poco a poco (nel corso di 3 o 4 sedute a distanza di 10/15 giorni) gonfiano l’espansore iniettando la soluzione fisiologica. Tutto ciò è necessario affinché pelle e muscolo pettorale si allunghino per contenere la protesi definitiva. Ottenuto il volume desiderato si interrompe “il gonfiaggio” e si aspetta – normalmente dai 12 ai 18 mesi – prima di sostituire l’espansore con la protesi definitiva, anch’essa in silicone, che sarà più morbida e meno fastidiosa.

    Dopo l’intervento di mastectomia, quindi, ci vuole tempo prima di tornare ad avere un seno simmetrico, cioè simile a quello non operato. In alcuni casi, poi, l’espansore provoca infiammazioni, che ritardano l’inserimento della protesi. Oppure può essere necessario seguire anche cure specifiche, come la chemioterapia o la radioterapia. Un percorso che in genere ci si immagina lineare, ma che spesso invece è accompagnato da sofferenza e profondi conflitti interiori. Restare “flat”, però, è una decisione irreversibile perché la pelle viene tagliata.

    Ci sono soluzioni alternative alla protesi e al flat?

    La protesi oggi non è più l’unica opzione. La ricerca ha fatto enormi passi avanti nell’ambito della chirurgia plastica. «Una delle possibilità è la ricostruzione mediante lipofilling. Si tratta dell’iniezione di tessuto adiposo centrifugato della stessa paziente», spiega la professoressa Bonifacino. «Un’altra alternativa è la ricostruzione con il lembo DIEP, che consiste nell’uso di un’ellisse di grasso addominale, ed eventualmente di cute, sotto all’ombelico. Il vantaggio è che sono soluzioni permanenti, a differenza delle protesi che dopo 8-13 anni in genere vanno sostituite. In ogni caso, soprattutto negli interventi che necessitano di impianti con tessuto adiposo, è necessario sempre il consulto dell’oncologo perché il grasso contiene cellule staminali, quindi potrebbe non essere sempre indicato».

    Come si effettuata la prevenzione per in tumore al seno?

    La prevenzione resta sempre l’arma vincente per il controllo delle proprie condizioni di salute e per un intervento tempestivo in caso di necessità. L’autopalpazione è l’inizio di un percorso di controllo e prevenzione, che può proseguire con esami professionali e periodici. Emicenter sostiene le donne con programmi di screening completi e propone percorsi clinico diagnostici individuali a tariffe agevolate sia in convenzione che in regime privato.

    Fonte: donnamoderna.com

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